sabato 6 aprile 2013

La critica marxista alle teorie della decrescita e dello sviluppo sostenibile


E' ampiamente nota la critica marxista alle teorie della decrescita. L'elemento fondamentale di tali critiche è rappresentata dall'assenza di un'analisi di classe dei processi economici, per cui di fatto i “decrescisti” focalizzano l'attenzione sul volume di produzione in sé (sulla crescita economica in sé) piuttosto che sulla destinazione di tale produzione in plusvalore, rendite e salari. Ciò fa sì che o la decrescita possa amplificare le disparità distributive già esistenti (applicandosi cioè soltanto sui capitalismi a minor tasso di sviluppo, cioè sui poveri), oppure che sia semplicemente impossibile, perché i meccanismi di riproduzione allargata, alla base della formazione del profitto, rendono impossibile una decrescita di tipo solidale ed equo all'interno del capitalismo.
Ciò priva di qualsiasi valore rivoluzionario le teorie dello sviluppo sostenibile, riducendone anche la rilevanza pratica, in termini di preservazione dell'ambiente. Sotto questo profilo, infatti, da un lato, le innovazioni tecnologiche ecocompatibili sono, come tutte le innovazioni, soggette al paradosso di Jevons, per cui di fatto l'introduzione dell'innovazione comporta un aumento del consumo della risorsa ambientale, come si può riscontrare, a puro titolo di esempio, con il consumo di terreno agricolo e forestale indotto dallo sviluppo dei sistemi fotovoltaici ed eolici di produzione dell'energia. Similmente, il passaggio all'economia ad idrogeno, preconizzato da un sacerdote ben comodamente seduto sulla poltrona del capitalismo, come Rifkin, comporterà, se si verificheranno le sue previsioni di abbattimento del costo di produzione e distribuzione di una simile risorsa energetica rispetto a quelle fossili (fatto molto discutibile, ma che non abbiamo qui lo spazio per approfondire) un aumento considerevole dell'intensità energetica delle attività economiche ed antropiche (perché il capitalismo tende ad aumentare l'utilizzo delle risorse a basso costo) ed un boom produttivo, facilitato dall'abbassamento del costo unitario dell'energia, che indurrà quindi una crescita della pressione e degli impatti sulle risorse ambientali in generale. D'altro lato, i suggerimenti che provengono dalle teorie dello sviluppo sostenibile circa un riordino dei modi di produzione e degli stili di vita, che consenta di ridurre l'impatto ambientale, si scontrano inevitabilmente con la legge dell'accumulazione capitalistica, che costringe tale sistema a non interrompere mai il processo di accumulazione di capitale, pena la sua stessa estinzione. Come dice Marx, “la concorrenza impone ad ogni capitalista individuale le leggi immanenti del modo di produzione capitalistico come leggi coercitive esterne. Lo costringe ad espandere continuamente il suo capitale per mantenerlo, ed egli lo può espandere soltanto per mezzo dell’accumulazione progressiva”. Pertanto, o uno stile di vita ed un modo di produzione “ecocompatibile” è anche compatibile con l'accumulazione di nuovo capitale, oppure non verrà implementato. Il fallimento sostanziale dei protocolli di Kyoto sul contenimento delle emissioni di CO2 è paradigmatico.
L’impossibilità della decrescita in ambito capitalistico, o della decrescita felice e volontaria
Per essere concreti, l'applicazione di uno schema di decrescita su scala globale, che sia anche equo, ovvero che miri anche a ridurre gli squilibri di sviluppo, e che sia cioè concentrato soltanto sulle nazioni ricche (con l'ipotesi quindi che le nazioni più povere continuino a crescere), comporta, in uno scenario di crescita demografica come quello tratteggiato dall'ONU da qui al 2020, una riduzione del PIL pro capite delle economie avanzate (valutato in parità di potere d'acquisto, per eliminare i differenziali di cambio) pari al 70,5%, portandole cioè ad un livello di tenore di vita pari a quello attuale di Paesi come la Macedonia o il Sud Africa, livelli cioè inferiori a quelli di Paesi come l'Argentina o il Costa Rica, tanto per capirci. Peraltro, in tale scenario, se i Paesi emergenti continuassero a crescere (poiché la decrescita, come premesso, sarebbe, per motivi equitativi, concentrata nei soli Paesi ricchi) non si avrebbe alcun effetto significativo (tale cioè da salvare la specie umana dall'estinzione) sui livelli di CO2, atteso che il 61,2% del CO2 è prodotto dalle economie emergenti (in particolare, i cosiddetti BRIC, ovvero Brasile, Russia, India e Cina, producono da soli il 61% del CO2 mondiale, lo 0,2% è prodotto dai Paesi più poveri, e solo il 38,8% dalle economie più sviluppate, dato Banca Mondiale). Occorrerebbe quindi chiedere a Cina, India e Brasile di interrompere il proprio impetuoso sviluppo, condannandole a rimanere nella povertà dalla quale solo ora stanno faticosamente uscendo, e condannando anche le economie sviluppate ad arretrare in modo sensibile nel loro tenore di vita. Se si rimane in un quadro capitalistico, quale possibilità vi è di generare un blocco di interesse tale da indurre simili dinamiche? Nessuna, perché il capitalismo è legato indissolubilmente alla crescita: tanto per togliere illusioni ai “decrescisti”, che sostengono che già oggi, a causa della crisi, siamo di fatto in decrescita, è utile dire che nel periodo della crisi, cioè fra 2008 e 2011, il PIL mondiale è cresciuto dell'11,2% in termini reali, e dovrebbe crescere di un ulteriore 4% nel corrente anno. In termini globali, quindi, il capitalismo è cresciuto, perché non può essere altrimenti. Se il processo di accumulazione si ferma per un periodo sufficientemente lungo, il capitalismo crolla, perché non si genera più capitale aggiuntivo da anticipare nei nuovi cicli produttivi, nella misura in cui, non essendovi più plusvalore, non vi è più motivo per anticipare nuovo capitale indispensabile per riavviare un nuovo ciclo di produzione.
Infatti, utilizzando la notazione di Bucharin, il plusvalore s può essere considerato la somma fra accumulazione di nuovo capitale costante (ac), accumulazione di capitale variabile (as) per la successiva fase produttiva e spesa personale del capitalista (b), ovvero s = ac + as +b. Se non vi è accumulazione, s = b, e nella fase successiva si verifica un processo produttivo con un capitale costante c logorato dall'uso produttivo fatto nella fase precedente (cioè ammortizzato in parte) che non può essere sostituito. La perdita di valore del capitale costante per ammortamento e mancata sostituzione comporta un calo del valore della produzione, poiché la produzione P è pari a p = c + v + b (poiché non essendovi accumulazione s = b), dove c è il capitale costante e v quello variabile. Inoltre, la riduzione del plusvalore alle sole spese personali del capitalista provoca una contrazione del saggio del plusvalore e del saggio di profitto, che impedisce di far ripartire, in una fase successiva, il ciclo di accumulazione. Infine, la svalorizzazione del capitale costante riduce la produttività del lavoro, quindi riduce l'estrazione di plusvalore relativo, riducendo quindi, nelle fasi successive, anche il valore di b, che tenderà verso lo zero, comportando l'ulteriore riduzione del valore della produzione, il che non farà altro che provocare disoccupazione, intaccando quindi anche il valore di v, in una spirale che porta il sistema ad autodistruggersi per inedia produttiva.
Ciò spiega perché le grandi crisi economiche non sono crisi di decrescita: la fase recessiva, a livello globale, è solo temporanea, e più che compensata da una successiva crescita, altrimenti il capitalismo stesso sprofonderebbe nel nulla. Gli effetti strutturali che generano non intaccano quindi il livello assoluto della ricchezza creata, ma solo la sua distribuzione, sia fra classi sociali che fra nazioni capitalistiche. Così, la grande depressione degli anni Trenta comportò una redistribuzione della ricchezza parzialmente a favore di alcuni strati del proletariato e della piccola borghesia, tramite le politiche keynesiane, ed una redistribuzione della ricchezza di tipo geografico, a favore degli Usa ed a danno dell'Europa. La crisi attuale sta determinando una redistribuzione della ricchezza a favore del grande capitale finanziario e della grande borghesia all'interno dei Paesi capitalisti avanzati, ed a favore delle economie emergenti dei Paesi BRIC, ed a sfavore di Usa ed Europa, su base geografica. Tale redistribuzione della ricchezza, fra classi ed aree geografiche, è necessaria al capitalismo per ripristinare le condizioni normali di ripresa del saggio di profitto, rideterminando le condizioni per tornare ad avere, da un lato, una domanda solvibile sufficiente a valorizzare il capitale, dopo la fase di eccesso di offerta generatasi nel momento più acuto della crisi economica, e per restituire condizioni di redditività normale a tale capitale, abbassando i costi di produzione.
La gravità della situazione ecologica globale
Quindi non ci può essere decrescita in un contesto capitalistico, ma solo la prosecuzione di una fase di crescita a livello globale, compatibile con alcune aree specifiche di decrescita su scala locale. E tuttavia il tema che pone Serge Latouche, ed in genere l'ambientalismo più radicale, è un tema reale, assolutamente ineludibile. Per usare un lavoro fatto dai borghesi, ovvero il rapporto sui limiti della crescita elaborato dal club di Roma, nel suo aggiornamento del 2004, si scopre che l'impronta ecologica ha superato per più del 20% la capacità di carico massima del pianeta. Sulla base degli scenari previsionali simulati tramite il modello World 3, si scopre in questo modo che nemmeno la decrescita potrebbe evitare una crisi ecologica globale con effetti distruttivi. Infatti, anche in una ipotesi in cui vi sia una stringente programmazione familiare (assumendo che tutte le coppie del mondo decidano di non avere più di due figli, ovvero il minimo indispensabile per riprodurre il livello attuale di popolazione mondiale, senza accrescerla) e si introduca una decrescita perequativa, tale per cui tutti gli individui del mondo si attestino sul livello medio di consumi del 2000, vi sarà un collasso ecologico ed un arresto traumatico della crescita economica entro il 2040. e ciò in ragione del già avvenuto superamento dell'impronta ecologica massima sopportabile. Tale crisi può essere evitata, perlomeno per tutto il XXI secolo, soltanto se a tali condizioni se ne aggiungano altre, ovvero:
a) l'introduzione di tecnologie atte ad economizzare l'uso delle risorse naturali non rinnovabili;
b) l'introduzione di tecnologie atte a sostenere la fertilità delle terre agricole;
c) l'introduzione di tecnologie per ridurre l'inquinamento.
Ciò che si evince chiaramente dal rapporto del club di Roma è quindi che la decrescita, da sola, non può evitare la catastrofe ecologica ed economica prossima ventura, nemmeno se accompagnata da rigide politiche di programmazione familiare. Occorre anche che si introducano innovazioni tecnologiche che, come sappiamo da Schumpeter in poi, vengono introdotte, in ambito capitalistico, soltanto a condizioni che provochino quell'ondata di “distruzione creatrice” in grado di riportare verso l'alto il saggio di profitto degli innovatori, grazie alla rendita monopolistica da innovazione di cui temporaneamente possono godere. E' però molto difficile che alcune delle innovazioni tecnologiche sopra tratteggiate possano essere effettivamente introdotte, per il semplice motivo che non hanno mercato. A chi vendere, ad esempio, tecnologie mirate a risparmiare le risorse naturali non rinnovabili, quando invece il capitalismo allarga l'area dei suoi profitti proprio facendo esattamente l'inverso, cioè aumentando lo sfruttamento delle risorse naturali? E' chiaro quindi che il capitalismo non ha gli incentivi economici interni per evitare il collasso ecologico imminente, non bastando perciò le teorie ecologiste che muovono all'interno del capitalismo stesso, come lo sviluppo sostenibile.
Quindi soltanto una uscita dal capitalismo può salvarci. Su questa affermazione Latouche sarebbe perfettamente d'accordo con me, tanto che lui parla di de-mercificazione dei prodotti (ovvero di sottrazione degli stessi dal ciclo di valorizzazione del mercato) per tornare alla misurazione per valori d'uso, individuali e sociali, cancellando quindi di fatto il connotato di merce dello stesso denaro, che tornerebbe alla sola funzione di intermediario degli scambi, senza valore intrinseco (senza cioè essere una riserva di valore) e ritorno alla produzione su piccola scala, su livello locale, su basi di auto-sussistenza solidale con le altre comunità, anche utilizzando misure di economia autarchica, con l'ovvia conseguenza di spostare la sovranità politica sul livello della comunità locale con forme di democrazia diretta e dal basso, di abolire il plusvalore, perché i beni sarebbero scambiati al loro valore d'uso, individualmente e socialmente determinato, la proprietà privata sarebbe inesistente, o limitata ai soli attrezzi di produzione. Ad occhio e croce, la società descritta da Latouche è qualcosa che sta fra la futura società comunista, in cui a ciascuno viene dato in base alle sue esigenze, e la società libertaria preconizzata da Proudhon.
Che fare? I suggerimenti dell’ecomarxismo
Il problema vero insorge sul come arrivare a tale assetto sociale. Secondo Latouche, per giungervi sarebbe sufficiente l'accettazione volontaria, e “felice”, di modelli di consumo più sobri, di un sostanzioso rallentamento della crescita del volume produttivo, mediante il riuso e la manutenzione, piuttosto che la sostituzione, dei prodotti, l'introduzione di parametri di sostenibilità ambientale e di utilizzo di energie rinnovabili nei cicli produttivi, la destrutturazione del neoliberismo globale mediante forme controllate e solidali di autarchia economica. A prescindere dal fatto che, secondo le elaborazioni del club di Roma, come si è visto, già oggi la decrescita non è sufficiente a salvarci dal collasso ecologico, il problema a mio avviso più grave della visione di Latouche è che tradisce una ingenua fiducia nell'umanità, o una forma di elitarismo intellettuale, il che è lo stesso, perché parte dal presupposto che l'intera umanità coincida culturalmente con la visione illuminata di una piccolissima quota di studiosi, attenti alle conseguenze catastrofiche, per la nostra stessa sopravvivenza, di un capitalismo, il cui principio di crescita continua è incompatibile con la finitezza delle risorse ambientali. Latouche ignora, o vuole ignorare, che l'uomo moderno medio coincide esattamente con la definizione datane da Herbert Marcuse, ovvero quella di “uomo ad una sola dimensione”, educato e istruito, sia dal sistema educativo e formativo che da quello dei media, a schiacciare l'intera sua esistenza sulla retta che va dalla produzione al consumo, limitando la sua prospettiva alla frontiera che va dal suo ruolo di lavoratore a quello di consumatore. Per mettergli in pace l'anima, qualora inizi a chiedersi, angosciosamente, se tale limitatezza di prospettiva non generi danni irreversibili al suo stesso futuro, ed a quello dei suoi figli, intervengono, con funzione consolatrice, le dottrine dello sviluppo compatibile, dell'eco-business e dell'ambientalismo borghese, che sono infatti perfettamente funzionali al capitalismo stesso. Tali teorie gli forniscono infatti l'illusione che, comprando un pacchetto di caffè ad un negozio di commercio equo e solidale, stando attento a separare bene la plastica dall'umido nel suo sistema di raccolta differenziata dei rifiuti, mandando qualche euro alle organizzazioni di volontariato per salvare la selva amazzonica (che nonostante tutte le Ong del mondo, il Governo progressista di Lula e dei suoi epigoni successivi ha massacrato e massacra a ritmi impensabili ai tempi del regime di Soldati) e comprandosi la macchina “Euro 4” sta salvando il mondo. Ci vuole ben altro per salvare il mondo, con l'effetto-serra che ha già indotto cambiamenti climatici irreversibili, modificando salinità e direzione della corrente nord atlantica, e cancellando progressivamente terre emerse superficiali, con una sovrappopolazione che nei prossimi 20 e 30 anni renderà l'acqua potabile cara come il petrolio, con la desertificazione che ha cancellato enormi zone agricole, e che sta procedendo anche nelle aree temperate dalle quali dipende il 60% della produzione agricola mondiale. Ci vuol ben altro, ma l'uomo moderno non lo sa, inserito com'è all'interno di un sistema di ottundimento culturale, funzionale al capitalismo, che il buon Latouche, nonostante le sue doti di comunicatore, non è certo in grado di modificare da solo. E quand'anche una larga maggioranza della popolazione mondiale divenisse consapevole del problema, sarebbe disposta a pagare il prezzo che la decrescita impone, ovvero minor disponibilità di beni di consumo, rinuncia alla droga del consumismo e del carrierismo, che al giorno d'oggi serve per riempire la vita, altrimenti vuota, di milioni di persone? Accetterebbe il consumatore italiano, o tedesco, un tenore di vita analogo a quello di un sudafricano? Conoscendo l'animo umano, mi permetto di essere molto pessimista al riguardo.
Ma il punto fondamentale è che, quand'anche si verificasse questo cambiamento culturale, e quindi emergesse di fatto un nuovo umanesimo globale (perché la decrescita richiede proprio questo, un nuovo umanesimo capace di sottrarre l'uomo moderno alla sua unidimensionalità marcusiana) occorrerebbe una rivoluzione, violenta e sanguinosa, per abbattere il sistema di interessi capitalistico che è ovviamente radicalmente contrario al concetto di decrescita. Quindi la chiave per evitare il disastro non è una decrescita volontaristica. La chiave è la rivoluzione, cioè la lotta di classe. E una rivoluzione non può essere interclassista, come ingenuamente credono Badiale e Bontempelli, in un loro saggio in cui cercano maldestramente di far finta di coniugare Marx con Latouche, per poi smentire l'assunto di fondo del marxismo, ovvero che la rivoluzione la fa il proletariato (“Marx e la decrescita. Per un buo uso del pensiero di Marx”). In realtà l'interclassismo non fa le rivoluzioni. Nessuna rivoluzione mai ha vinto su scala interclassista, per un motivo ovvio: c'è sempre almeno una classe sociale, ovvero quella dominante, che non ha alcun interesse a che la rivoluzione si faccia. A Badiale e Bontempelli vorrei ricordare che gli imprenditori italiani hanno boicottato la conferenza di Kyoto, perché non è nel loro interesse che si abbattano rapidamente le emissioni di CO2. Che il modello di trasporto di merci del nostro Paese, basato sul trasporto su gomma, è stato scelto, nonostante il suo elevato impatto ambientale e sociale e la sua minore efficienza trasportitstica, per favorire gli interessi della più grande azienda automobilistica del Paese, e di alcune lobby (come gli autotrasportatori, così come anche la lobby dell'industria delle costruzioni, che sulla realizzazione e l'ampliamento della rete stradale italiana ha fatto lucrosi affari) e che tale blocco di interessi continua ancora oggi ad ostacolare modalità di trasporto meno inquinanti, come le autostrade del mare. Oppure che l'export dei pesticidi ad uso agricolo, nel mondo, è cresciuto del 92% fra 1999 e 2009, evidentemente sulla spinta di lobbies nell'industria chimica e nel settore agroindustriale, ma anche con il supporto dei contadini, che poi sono quelli che usano materialmente i pesticidi. Evidentemente, non tutte le classi sociali possono condurre una lotta anticapitalista ed ecologista. Fra l'altro, vorrei anche rispondere a Badiale e Bontempelli, che nel loro impeto interclassista chiedono ai marxisti di dimostrare la natura rivoluzionaria del proletariato. Questa natura, cari Badiale e Bontempelli, è dimostrata nelle rivoluzioni socialiste, prima di tutte quella russa, che fu una rivoluzione degli operai e dei contadini. Se poi ebbe una degenerazione, per cause non interamente interne alla stessa Russia, è un'altra questione. Se i nostri due decrescisti nutrono dubbi sulla natura rivoluzionaria del proletariato, suggerisco loro di farsi un giro in Grecia, in questi giorni, oppure di andare a vedere quale fu la base sociale che portò Chávez al potere.
Certo, il proletariato deve assumere una maggiore coscienza della rilevanza fondamentale del problema ecologico, e comprendere che la lotta anticapitalista non può non essere anche, e forse soprattutto, una lotta per la difesa dell'ambiente da una minaccia che, per la prima volta nella storia del genere umano, mette in discussione la nostra stessa esistenza come specie. Però ancora una volta la risposta sul come condurre la lotta andrebbe ricercata in quanto scrisse Marx, avendo l'umiltà di ripiegarsi sui suoi insegnamenti, anziché cercare di liberarsene, per auto nominarsi profeti di nuovi, quanto improbabili, sistemi teorici. Merito di un importante ecomarxista come O'Connor è stato quello di estrarre dagli scritti marxisti la posizione di Marx sulle questioni ecologiche. La chiave di volta ruota attorno a quella che O'Connor definisce come la seconda contraddizione del capitalismo. La prima, quella più nota, è la contraddizione che sorge all'interno dei rapporti sociali di produzione. La seconda è quella che verte sulle “condizioni di produzione”, ovvero quelle che Marx definisce come il lavoratore e i suoi mezzi di lavoro, e inoltre tutti quegli elementi senza i quali il processo di produzione non potrebbe aver luogo, in particolare:
1. le “condizioni personali”, cioè la forza lavoro umana;
2. le “condizioni esterne”, cioè la natura, l'ambiente;
3. le “condizioni generali, comunitarie”, cioè lo spazio urbano, le comunicazioni, le infrastrutture di trasporto, ecc.
In questo senso, secondo O'Connor, le condizioni di produzione vengono “valorizzate” all'interno del processo di accumulazione capitalistica, tramite l'intervento normativo e politico dello Stato, che ne determina i vincoli e le forme di utilizzo capitalistico. Ovviamente, la direzione e l'orientamento della politica dello Stato è il frutto della lotta di classe, cari i miei ambientalisti interclassisti, quindi la difesa dell'ambiente, così come anche di condizioni socialmente progressive nel settore dell'istruzione, delle infrastrutture sociali, della vivibilità urbana, ecc. sono questioni influenzate dalla lotta di classe. E' il proletariato ad avere un interesse concreto a che l'ambiente non venga valorizzato all'interno delle logiche di accumulazione capitalistiche, perché, se è vero che il conseguente degrado ambientale è un problema dell'intero corpo sociale, è anche vero che i proletari sono i primi a soffrirne, mentre le classi dominanti possono, in un primo momento, trovare forme di protezione da tali danni. Un ambiente urbano insalubre riguarda prima di tutto i quartieri popolari, e solo in un secondo momento, se il degrado persiste, anche le zone residenziali borghesi. Sono gli operai i primi ad avvelenarsi per i fumi tossici della loro fabbrica, prima che questi impestino anche l'aria respirata dal borghese. Sono i poveri del mondo quelli che soffrono per primi della carenza di acqua potabile, perché il borghese ha i soldi per comprarsela, e li avrà anche quando l'acqua costerà come il petrolio, mentre loro dovranno morire di sete. Saranno i poveri i primi a soffrire delle conseguenze della crisi alimentare globale da sovrappopolazione e da desertificazione ed impoverimento dei terreni agricoli. I borghesi i soldi per comprare il loro chilo di pomodori ce li avranno comunque, anche quando i pomodori costeranno come tartufi bianchi.
La lotta ambientale è quindi lotta di classe, ed è strettamente connessa con la lotta politica, economica e sindacale contro il capitalismo, perché il capitalismo non consentirà alcuna decrescita morbida, dolce o felice. Il proletariato se ne dovrà far carico, trovando le giuste connessioni fra la difesa dell'ambiente e la più generale opposizione alle forme di produzione capitalistiche, di cui le condizioni di produzione rappresentano una contraddizione strettamente interrelata. In questo sforzo il proletariato dovrà trovare anche alleanze con i nuovi movimenti ambientali, purché questi siano animati da reale spirito anticapitalistico, e non siano solo la foglia di fico moralistica dietro la quale il capitalismo cela la realtà del crescente dissesto del nostro mondo. Quindi il proletariato dovrà marciare con i nuovi movimenti ambientalisti, che nascono nella galassia dell'anticapitalismo, nel mondo dell'anarchia come in quello dei movimenti civili spontanei. E gli intellettuali come Latouche dovranno elaborare gli strumenti concettuali e pratici in grado di favorire questa connessione rosso/verde, e le parole d'ordine giuste per animare una lotta di classe ed anticapitalistica che sia anche e soprattutto a difesa dell'ambiente, abbandonando utopie moralizzatrici come i richiami vaghi al consumo sobrio, alla solidarietà, alla produzione responsabile, all'economia etica e compatibile, alla decrescita felice, perché non è con queste utopie che si difende l'ambiente, che si trova la via d'uscita da un sistema incapace di non divorare le risorse naturali, ma è con la lotta, che non può che essere lotta sociale, che si ottengono i risultati.
Riccardo Achilli