domenica 9 giugno 2013

Come risolvere errore "WindowsUpdate_80246001" "WindowsUpdate_dt000"

L'errore "WindowsUpdate_80246001" "WindowsUpdate_dt000" si può verificare nel tentativo di installare degli aggiornamenti da Windows Update.
Questo problema può verificarsi se la cartella di distribuzione del software di Windows Update è stato danneggiata.
Occorre, pertanto, rinominare questa cartella che verrà ricreata la prossima volta che utilizzerete Windows Update.
Passaggi da compiere:
1. Chiudere tutte le finestre aperte.
2. Fare clic su "Start", poi su "Tutti i programmi" e su "Accessori".
3. Tasto Destro del mouse su "Prompt dei comandi"e fare clic su "Esegui come amministratore".
4. Nella finestra "Amministratore: Prompt dei comandi", digitare net stop WuAuServ e premere Invio.
Nota : Si prega di guardare la finestra e assicurarsi che dica che è stato arrestato correttamente prima di cercare di rinominare la cartella.
5. Fare clic su "Start", nel campo "Cerca programmi e file", digitare %windir% e premere Invio.
6. Nella cartella aperta, cercare la cartella "SoftwareDistribution".
7. Fai clic destro sulla cartella, selezionare "Rinomina"e digitare SDold per rinominare questa cartella.
8. Ancora nella finestra "Amministratore: Prompt dei comandi" digitate il comando net start WuAuServ per riavviare il servizio Windows Update.
Nota : Si prega di guardare la finestra e assicurarsi che dica che è stato avviato con successo.
9. Ritornando in Windows Udpate, cercate i nuovi aggiornamenti e vedrete che ora riuscirete a installarli

martedì 28 maggio 2013

A #Bologna si riparte da 50.000


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E così l’esercito di Serse è stato battuto. Cinquantamila bolognesi (59%) hanno risposto alla chiamata dei referendari e hanno votato A, contro circa 35.000 che hanno votato B (41%).
In totale poco più del 28% degli elettori. Una percentuale che a botta calda consente ai sostenitori della B, il Partito Democratico in testa a tutti, di provare a sminuire la valenza del voto e di spingersi a dire che “si è trattato di una battaglia ideologica che non interessa la gran parte dei cittadini. I bolognesi hanno capito che la sussidiarietà è la chiave di volta laddove lo Stato non riesce ad arrivare” (E. Patriarca). Come a dire: non è successo niente, tireremo diritto.
Invece qualcosa è successo, per quanto possano fare i finti tonti. Il PD infatti non ha sostenuto la linea dell’astensione, ha fatto l’opposto, ha mosso le corazzate e l’artiglieria pesante per mandare la gente a votare B. Si è speso il Sindaco in prima persona (che ha mandato una lettera a casa dei bolognesi per invitarli a votare B, e ha fatto un tour propagandistico per tutti i quartieri), gli assessori, il partito locale, i parlamentari da Roma… Ai quali si è aggiunta la propaganda nelle parrocchie, quella del PdL, della Lega Nord, di Scelta Civica, della CISL, e gli endorsement di Bagnasco, di Prodi, di Renzi, di due ministri della repubblica, più le dichiarazioni di Ascom, Unindustria e CNA.
Questa santa alleanza contro i perfidi referendari ideologici è riuscita a muovere soltanto 35.000 persone (incluse le suore, le prime a presentarsi ai seggi ieri mattina). Significa che una buona parte dell’elettorato di quei partiti e dei fedeli cattolici ha disobbedito agli ordini di scuderia ed è rimasta a casa oppure ha votato A.
Invece un comitato di trenta volontari, appoggiato solo da un paio di partiti minori e qualche categoria sindacale, che ha raccolto l’appoggio di tutti gli ultimi intellettuali e artisti di sinistra rimasti in Italia, ha portato a votare quindicimila persone in più.
Questo dato politico è il più interessante e pesante.
Da un lato perché significa che il tema della riaffermazione del primato della scuola pubblica rompe gli schieramenti, i vincoli d’obbedienza, le usuratissime cinghie di trasmissione, e allude a una sinistra reale che potrebbe e dovrebbe ricostruirsi a partire da alcuni temi fondativi.
Dall’altro lato perché se con le percentuali si può giocare al ribasso o al rialzo, invece con i numeri assoluti c’è poco da fare, vanno presi come sono. E cinquantamila sono esattamente la metà dei voti che Virginio Merola ha preso nel 2011, quando è stato eletto sindaco. Se questa giunta e questa classe dirigente hanno intenzione di tirare diritto, come traspare dalle prime dichiarazioni, dovranno considerare l’eventualità concreta che la marcia, scandita a ogni passo dall’incertezza e dalla paura, termini con una disfatta. Le notizie che giungono dalla capitale non saranno di conforto per lorsignori: un altro mix micidiale di scarsa affluenza e sconfitta; disgusto per gli schieramenti politici e per qualcuno più che per altri.
La risposta a tutto questo è quella di Bologna: organizzazione dal basso e ingaggio della cittadinanza sui temi importanti, sulle scelte di indirizzo. La dimostrazione che “si può fare”.
Dunque oggi si riparte da qui. Da quota cinquantamila. Avanti.

sabato 18 maggio 2013

FINANZIAMENTI PUBBLICI ALLE SCUOLE DELL’INFANZIA PARITARIE A GESTIONE PRIVATA


Nuovo Comitato Articolo 33

Quanto costano alla collettività i finanziamenti comunali alle scuole dell’infanzia paritarie a gestione privata? Facciamo un po’ di storia...
Finanziamenti pubblici alle scuole dell’infanzia paritarie a gestione privata
Quanto costano alla collettività i finanziamenti comunali alle scuole dell’infanzia paritarie a gestione privata? Quanti posti pubblici in più si possono creare ?
Dal 1994 tali scuole ricevono finanziamenti che sono via via cresciuti fino a diventare superiori a un milione di euro all’anno dal 2003 a oggi (1.188.585 euro nel 2011/12). Queste scuole nella stragrande maggioranza di orientamento confessionale fanno pagare rette annuali fra 2.000 e i 10.000 euro. Il numero di iscritti era di 1666 prima dell’inizio dei finanziamenti (pari al 24,3% del totale dei bambini) e nel 2011/123 è di 1726 pari al 22,8% se si contano i 238 iscritti in scuole private non paritarie.
Finanziamenti pubblici alle scuole dell’infanzia paritarie a gestione privata
Dal 2000 queste scuole ricevono finanziamenti sia dallo Stato che dalla Regione per oltre un milione e 200.000 euro per un totale nel 2011/12 di 2.435.585 euro. Ogni sezione di scuola d’infanzia comunale in più costa 90.000 fra spese di personale e di funzionamento (vedi delibera n. 212 del 9/10/12).
Finanziamenti pubblici alle scuole dell’infanzia paritarie a gestione privata
Con 1.188585 si garantiscono 330 posti pubblici in più ogni anno nelle scuole d’infanzia comunali. Se il Comune avesse a disposizione ogni anno i 2.435.585 euro di finanziamento pubblico totale potrebbe accogliere 677 bambine/i in più e assorbire anche tutti gli iscritti alle scuole paritarie private che ogni anno sono 570.
Finanziamenti pubblici alle scuole dell’infanzia paritarie a gestione privata
La lista d’attesa per accedere alle scuole d’infanzia comunali e statali ha raggiunto a giugno del 2012 il numero di 423, il più alto della storia.
Dopo la crescita demografica di fine anni 90 con aumento della lista d’attesa a 301 sotto la giunta Vitali, la giunta Guazzaloca apre fra il 1999 e il 2004 23 nuove sezioni statali. Sotto la giunta Cofferati fra il 2004 e il 2009 vengono aperte altre 9 sezioni statali, la lista d’attesa si mantiene bassa e comunque il saldo fra posti disponibili e lista d’attesa si mantiene positivo. Negli ultimi 3 anni con il nuovo boom demografico vengono aperte altre 8 sezioni ma il saldo diventa negativo e si arriva al record di 423 in lista d’attesa con 0 posti disponibili nel pubblico e 140 posti nel privato a giugno 2012. Da dicembre il Comune ha aperto una sezione statale e 8 comunali ma con orario 8-13. La lista d’attesa si è ridotta a 103, con 96 posti disponibili nel privato.

mercoledì 24 aprile 2013

Il bunker della destra - Marco Bascetta da il Manifesto del 24.04.2013


LARGHE INTESE
Il bunker della destra

MARCO BASCETTA
24.04.2013
Non basta il presente a spiegare il presente. Soprattutto in Italia, dove la "non contemporaneità del contemporaneo" è sempre alacremente all'opera. E di certo vi è solo che non c'è alcuna rivoluzione in corso né in prospettiva, tanto meno quando abbondano i tribuni che la evocano. Il percorso tortuoso conduce a una fine nota: quelle larghe intese che nel nome della "responsabilità" ignorano, quando non reprimono irresponsabilmente tutto ciò che di vivo e di non definitivamente rassegnato esiste ancora in questo paese. Non è la prima volta, ma è la prima volta che una classe dirigente screditata come non mai e nel suo insieme perdente quanto ai numeri e alla capacità di leggere il contesto in cui agisce, si blinda senza offrire alcun compromesso a una società stremata. È qui che i paragoni storiografici di Giorgio Napolitano con gli anni '70 mostrano come la memoria possa volgere in sclerosi e come il pio desiderio di interpretare una nuova situazione con un vecchio paradigma partorisca più mostri del sonno della ragione, fino a confondere le "convergenze parallele" di un tempo con le marcescenze parallele di oggi.
Lo schema è pressappoco quello, collaudatissimo, della vecchia destra comunista da cui il presidente della repubblica proviene.
Consiste, certo semplificando all'estremo, nello stabilire, in accordo con i poteri forti del momento e con i "mercati", una serie di "compatibilità", garantire che le forze sociali rappresentate dalla sinistra le rispettino senza fiatare, nel condannare, reprimere e accusare di fascismo (rosso o a 5 stelle poco importa) ogni forma spontanea di mobilitazione e di dissenso, nell'impedire ogni pretesa di esercizio della democrazia che anche garbatamente si discosti dai canali istituzionali e dagli equilibri politici tra i partiti maggiori. Ne consegue, oltre all'apprezzamento pratico e ideologico dell'austerità, una profonda ostilità nei confronti dello strumento referendario, per non parlare dei movimenti e del conflitto sociale nonché dei diritti di libertà che potrebbero disturbare il mondo cattolico (e cioè i suoi vertici e ideologi).
Nel suo discorso inaugurale Napolitano ammonisce «mai la piazza contro i partiti!». E per cosa mai bisognerebbe scendere in piazza se non contro leggi inique votate da una maggioranza che non riteniamo rappresentarci? Quando questo accadeva 35 anni fa ci pensava il ministro di polizia delle "convergenze parallele" Francesco Cossiga, oggi chi ci penserà? E' una politica che abbiamo vista all'opera innumerevoli volte non solo nelle scelte politiche del Pci, ma anche nella partita sempre aspra tra i vertici della Cgil e le rivendicazioni di democrazia sindacale provenienti dagli operai, dalla base, dai metalmeccanici o altri settori del sindacato. Anche nel sindacato i manovratori non vogliono essere disturbati.
Nel frattempo l'Europa a egemonia germanica ha offerto nuovi argomenti alla politica delle compatibilità, la crisi economica ha provveduto a ridimensionare ogni pretesa, si può fingere che il Pdl non sia poi così diverso dalla Dc, tanto da rendere del tutto superflua la vecchia promessa di repertorio degli "equilibri più avanzati". Le riforme, quelle sì, a sbandierarle non si rinuncia mai. Ma i destinatari a cui debbono piacere sono ormai i capitali vagabondi e capricciosi. Quanto agli altri, da un bel pezzo, quando sentono la parola riforma si rannicchiano per proteggersi la testa dalle bastonate
Questa forma mentis, la dottrina e la pratica patriottica e a democrazia limitata della destra comunista è l'unica solida realtà che il Pds, poi Ds, poi il malnato o mai nato Pd hanno ereditato dalla casa madre ed è infatti l'unica cosa, come dimostra l'impossibilità di rinunciare a Napolitano, che può, in un modo o nell'altro, direi nel peggiore, tenerli insieme, nonostante faide, tradimenti, apocalissi culturali.
E a dispetto di ogni mutamento della realtà e della sensibilità sociale. Il contenuto del richiamo all'unità, alla scelta di maggioranza condivisa, è questo e solo questo. Che si discuta, che ci si laceri in una lotta senza quartiere tra le fazioni, che i militanti occupino i circoli o brucino le tessere, la sintesi politica è alla fine questa: Napolitano presidente, governo di larghe intese.
I grillini non sono gli indiani metropolitani del '77 ( ma maniacali cultori della rappresentanza e dell'obbedienza incivile), il Pdl non è neanche lontanamente la Dc, solo la dottrina della destra del Pci resta se stessa. E i suoi antichi schemi reggono, anche senza un Partito degno di questo nome mantengono clandestinamente in vita una specie di centralismo democratico, raccolgono il plauso di Berlusconi, e naturalmente quello europeo. Come la costituzione sovietica riducono al minimo la democrazia esaltandola oltre misura.
E' la forma più garbata di connubio tra liberismo e autoritarismo ( nel senso di una indiscutibile autonomia dei manovratori, di una prevalenza sacrale dei governanti sui governati ) a tirare le fila della crisi politica nella figura di Giorgio Napolitano. Si può essere un po' cinesi anche se al posto del partito unico ce ne sono parecchi e parecchio rissosi.
Probabilmente solo un convinto esodo dal Pd ( ma, per carità, senza aspirazioni a rifondare) potrebbe porre fine a questa storia, all'ipnosi di una unità che nei termini in cui si è data e in quelli, ancor peggiori, in cui promette di darsi condurrà a una distanza siderale dalla società reale e in conseguenza a una pura e semplice disgregazione.
In altre parole si dovrebbe farla davvero finita col Pci, non con quello immaginario con cui Berlusconi si balocca e terrorizza gli allocchi, ma con quella sua eredità reale di cui si serve e con cui volentieri tratta, quella che ha le facce di Violante e D'Alema, di Veltroni e Fassino e anche di diversi solerti giovani che non sanno nemmeno a quale fonte si abbeverano. Per dirlo in estrema sintesi quel Pci che piace a Eugenio Scalfari.
Questa politica è venuta in piena luce con l'elezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della repubblica così come la natura profonda del Pd e la sua intima resistenza a ogni rinnovamento. Non c'è più niente da "stare a vedere". Luigi Pintor scrisse una volta, a proposito del neonato Pds qualcosa come «pretendono di non venire da nessuna parte e dunque non andranno da nessuna parte». Temo che invece, almeno i più avveduti, dove andare lo sapessero benissimo. Ci sono arrivati, che ora gli piaccia o meno.
Dalle macerie ancora fumanti si leva impaziente la voce dell'ennesimo "rifondatore", un migliorista naturalmente, con poche idee e molta prosopopea. Quello che vuole rendere l'Italia "più smart". Il mondo è davvero cambiato, almeno nel gergo, Giorgio Amendola non parlava così.